Il Neolitico
Le più antiche testimonianze della presenza umana nel territorio di Santa Giusta risalgono al
Neolitico Antico (VI – V millennio a.C.). A tale fase sono riferibili alcuni manufatti in ossidiana
rinvenuti occasionalmente in superficie nella regione
Interacquas, presso la piccola laguna di
Pauli Maiori, ad oriente dell’attuale centro abitato e confinante col territorio del
Comune di Palmas Arborea. Il ritrovamento di una statuetta di Dea Madre del tutto simile a quelle
più famose rinvenute nella necropoli di
Cuccuru is Arrius, in territorio di Cabras, fanno ipotizzare l’esistenza di un villaggio
del Neolitico medio (fine IV millennio a.C.) nella regione
Sartu Amenteddu o Sartuamentedda situata tra
Pauli Maiori (a nord) e
Pauli Figu (a sud).
L’età nuragica
L’età nuragica, dalla media età del Bronzo alla prima età del Ferro, è documentata nel
territorio di Santa Giusta da quattro nuraghi e da un villaggio, tutti nei dintorni della laguna.
Attualmente non sono più visibili neanche i resti di questi nuraghi perché nel corso degli anni
sono stati oggetto di una attività di spoliazione volta al riutilizzo del materiale lapideo.
L’epoca fenicia
Di epoca fenicia è la fondazione di Othoca, risalente alla seconda metà dell’VIII secolo a.C.
Non ci è pervenuto il primo toponimo, quello attribuito all’atto della fondazione:
Othoca, ovvero città antica, è il nome che è stato assegnato alla città al momento della
fondazione di
Neapolis, città nuova, localizzata all’estremità sud orientale del golfo di Oristano, alla
fine del VI secolo a.C. che prenderà il posto di Othoca nella nuova età dell’egemonia cartaginese.
La città di Othoca sorse su una tozza penisola nella costa orientale della laguna di Santa
Giusta e costituiva lo scalo portuario della città; ciò è dimostrato dai numerosi rinvenimenti di
anfore nel corso degli anni. L’economia della città era basata con tutta probabilità sugli scambi
commerciali che avvenivano presso la laguna che, messa in comunicazione col golfo di Oristano
attraverso il canale di Pesaria, costituiva il polo di partenza e di arrivo di merci varie.
È stato dimostrato dagli studi e dalle indagini archeologiche, che Othoca era un centro
importante e vitale; si estendeva per almeno sette ettari. L’insediamento urbano era situato a
ridosso dell’attuale Basilica di Santa Giusta. Le necropoli, Santa Severa e Is Forrixeddus erano
localizzate in un’area esterna rispetto al centro abitato. In queste necropoli hanno grande
importanza due esempi monumentali di
caveau bâti (tomba a camera costruita) appartenenti alla tradizione del Vicino Oriente,
non documentati finora in nessun’altra area della Sardegna fenicia ma conosciuti in centri
siro-palestinesi, ciprioti, nord africani e nella Costa del Sol della Spagna meridionale.
Tra la fine del VI secolo e la prima metà del V secolo a.C. il centro di Othoca sembra
perdere di importanza a favore del nuovo centro di Neapolis, fondato dai Cartaginesi presso lo
stagno di Marceddì che diventerà ben presto una nuova città mercantile dotata anch’essa, come
Othoca, di un porto lagunare aperto a nuovi commerci e scambi.
L’età romana
In età romana Othoca, come gli altri centri urbani punici della Sardegna, subì la conquista
degli eserciti romani senza combattere, quando, nel 238/237 a.C., il Senato di Roma decise l’o
ccupazione dell’Isola. La città fu ridotta al rango di
civitas stipendiaria (città non autonoma gravata dal pagamento di un tributo) ma conservò
un attivo movimento filo-punico. Successivamente l’assetto urbano di Othoca si modificò portando
all’abbandono del quartiere punico, situato nella località di Is Olionis, in favore della zona
della cattedrale e delle zone vicine che hanno restituito notevoli testimonianze di età
romano-repubblicana.
Un’importante testimonianza relativa alla viabilità di Othoca è il ponte sul Rio Palmas
attualmente visibile all’uscita del paese di Santa Giusta in direzione Cagliari.
In età romana i commerci del II e del I secolo a.C. sono documentati dalle anfore vinarie
Dressel I rinvenute nei fondali della laguna e dai frammenti di ceramica trovati nell’a
bitato. Sono state rinvenute testimonianze dell’età imperiale: la presenza di anfore olearie e
vinarie di importazione indicano che la viticoltura e l’oleocoltura non erano particolarmente
sviluppate nell’agro di Othoca, mentre le tradizionali attività di allevamento, cerealicoltura e
ittiocoltura dovevano costituire ancora le principali attività economiche.
Il medioevo
La
civitas di Othoca dovette assumere nei secoli dell’altomedioevo il ruolo di avamposto
marittimo del supremo comando militare della Sardegna costituito sin dal 534 d. C. a Forum Traiani
(Fordongianus), collegata a Othoca dall’antica strada romana a
Turre Karales con un percorso di circa 23 Km.
La diocesi di Forum Traiani, attestata sin dall’anno 484, ma forse costituita sin dal IV
secolo, conteneva nei suoi territori anche il Campidano di Simaxis, compresa Othoca.
Proprio la sede episcopale di Forum Traiani, fu trasferita nel corso dei secoli IX – X, alla
nuova sede di
Santa Justa che quindi ereditò, oltre alla cattedra vescovile, i suoi territori che si
estendevano verso l’interno sino alla Barbagia di Ollolai. Il primo vescovo di Santa Giusta, di cui
si ha menzione nei documenti, è
Agostino, presente tra i prelati sardi che il 1 Aprile 1119 parteciparono alla
consacrazione della chiesa di San Saturno a Cagliari.
Durante il IX – X secolo vari fattori storici e politici portarono la Sardegna ad
allontanarsi dall’orbita dell’Impero Bizantino e a rendersi autonoma dividendosi in quattro regni
(Giudicati) indipendenti tra loro; questi erano i regni di Cagliari, Gallura,Torres e Arborea.
Il Giudicato di Arborea era diviso, come gli altri Giudicati, in distretti amministrativi
chiamati
partes o
curatorìe.
L’antico territorio della città di Othoca si trasformò nella curatorìa che prese il nome di
Campidano di Simaxis. Inizialmente proprio la
civitas di
Santa Justa doveva essere il capoluogo di tale curatorìa prima di essere sostituita in
questo ruolo dalla città di
Aristiane (Oristano) che dopo il 1070 diventò capitale del Giudicato di Arborea a seguito
dell’abbandono della prima capitale, Tharros.
L’età giudicale
Per quanto riguarda Santa Giusta, all’età giudicale potrebbe risalire la torre di difesa nei
pressi del Rio Palmas, ancora visibile sino al XIX secolo. Uno dei più importanti avvenimenti, per
quanto riguarda la città e la diocesi di Santa Giusta nel periodo giudicale, è senz’altro il
Concilio Nazionale sardo, che si tenne nella sua cattedrale il 13 Novembre dell’anno 1226.
Durante il periodo giudicale le lagune venivano affidate dal Giudice di Arborea a vari
monasteri, i quali avevano libertà di pesca e potevano concederle in affitto a terzi. A una parte
del pescato era imposta una tassa pecuniaria detta
paga.
L’età moderna
Quest’usanza si perpetuò anche durante la dominazione spagnola e piemontese; a quest’ultimo
periodo risale un documento in cui si vieta l’avvelenamento delle acque delle lagune con il lattice
di euforbia. Nonostante il divieto, ancora negli anni ’60 e ’70 del XX secolo, questa pratica era
assai diffusa nelle lagune dell’oristanese.
Nel XIX secolo tra le peschiere più importanti dell’oristanese sono segnalate la peschiera di
Santa Giusta e quella di Pesaria: la peschiera di Rio Maggiore in Santa Giusta era di proprietà del
marchese don Stefano Manca Aymerich, quella di Pesaria era del Duca di San Giovanni ed erano
affittate a imprenditori oristanesi per 13.000 scudi l’anno.
Notizie dettagliate sul centro di Santa Giusta e sulle principali attività economiche nella
prima metà dell’Ottocento si hanno nell’imponente opera di Goffredo Casalis “
Dizionario geografico storico statistico commerciale degli stati di Sua Maestà il Re di
Sardegna”, compilato tra il 1833 e il 1856 e curata, per le voci riguardanti la Sardegna, da
Vittorio Angius. Descrivendo il paese di Santa Giusta, l’Angius pone in evidenza come le attività
principali dei santagiustesi fossero legate allo stagno e alla pesca. L’autore analizza la
morfologia del territorio, le dimensioni dello stagno e dei suoi bacini minori,
Pauli majori e Pauli 'e figus, sostenendo che questi comunicavano con lo stagno tramite il
canale della
Porta di Santa Giusta dove era presente una torre merlata con ponte levatoio, della quale
oggi, purtroppo, non vi è più traccia.
Gli stagni minori, durante le alluvioni, si univano a quello di Santa Giusta componendo così
un unico specchio d’acqua per cui veniva sommersa anche la parte più bassa del paese.
Tra gli attrezzi della pesca si citano la rete, la nassa, il
veruto e la fiocina; le specie ittiche più numerose erano i muggini e le anguille, ma si
pescavano anche le arselle di qualità migliore rispetto a quelle di Marceddì. Esistevano due
peschiere, chiamate una Pesaria e una Peschiera Nuova. La prima era ubicata all’imboccatura dell’o
monimo canale, ad occidente dello stagno. La Peschiera Nuova si trovava dall’altra parte del
canale, nelle vicinanze della foce del Tirso. Qui si pescavano anche pesci di mare vivo, «
lupi e palaje e anche le saboghe»; questa peschiera a Dicembre veniva smontata per via
delle inondazioni del fiume e poi ricostruita in primavera quando le condizioni del tempo
miglioravano.
A poca distanza c’era un’altra peschiera nel fiume Tirso, appartenente al marchese Arcais che
la affittava. Esistevano anche le peschiere minori di Pauli majori e Pauli 'e figus che erano di
proprietà del Duca di S. Giovanni, Vivaldi Pasqua, anch’esse date in affitto. Vi erano anche due
canali pertinenti ai piccoli stagni, uno di proprietà dell’arciprete di Oristano, l’altro del
seminario.
In ogni peschiera erano situate un paio di capanne abitate da famiglie di otto o più persone
il cui capo era detto
pesatore; costoro, che usufruivano di vitto e alloggio, erano pagati dall'appaltatore per
fare la guardia alla struttura. Sempre secondo le notizie forniteci dall’A ngius, il pasto più
frequente dei pescatori era sa
merca, cioè il pesce bollito o arrostito e poi posto a
marinare su erbe marine (attualmente si fa bollire in acqua salata e si depone in un
involucro di erbe,
sa tziba). Nella peschiera si preparavano anche muggini essicati, bottarga e anguille
salate.
Si pescava tutti i giorni e uomini a cavallo provenienti da tutta la Sardegna giungevano il
giovedì a Santa Giusta per acquistare il pesce fresco.
Le imbarcazioni usate per la pesca erano i cii, piccole barche a fondo piatto, e i
fascioni che l’autore definisce
piccole rozze carcasse che per tavole hanno fasci di sala. Risultavano presenti da 25 a 30
cii mentre i
fascioni erano più numerosi e appartenenti per lo più a gente modesta.
Nella sua opera
Il centro di Santa Giusta in Sardegna del 1971, il canonico Raimondo Bonu, descrivendo la
vita del paese nell’Ottocento, riprende sostanzialmente le informazioni dell’Angius, confermando
che l’attività principale era la pesca negli stagni dove si trovavano muggini, anguille, arselle e
dove si praticava la caccia alle folaghe. A riguardo, il Bonu, riferisce che questa attività,
s’arregattu, era organizzata ogni anno nel mese di maggio e coinvolgeva numerosi
cacciatori che abbattevano i volatili in mezzo alla laguna restando sulle barche o sulla riva
meridionale. Si cacciava un numero impressionante di folaghe: si citano non meno di quattromila
unità che finivano sul mercato, erano distribuite tra le famiglie e date in beneficenza. Santa
Giusta è indicato come il sito più ricco di folaghe in Sardegna.
La fonte più importante di sussistenza è sempre la pesca, ormai organizzata in industria. L’a
utore conta due cooperative di pescatori attive nel 1965 con 108 soci con l’aggiunta successiva di
un’altra associazione. Si effettuò una bonifica ittica che aumentò notevolmente il pescato tanto
che la resa per ettaro passò da 200 kg nel 1954 al 700 kg nel 1964 per un totale di 500.000 kg nel
1964 contro i 140.000 del 1954. La bonifica venne eseguita allargando e rendendo più profondo lo
stagno dai 2 agli 8 metri e dragando il canale di Pesaria.
Felice Cherchi Paba pubblicò nel 1977 la sua opera dal titolo
Evoluzione storica dell’a ttività industriale agricola caccia e pesca in Sardegna
consistente in quattro volumi dove si analizzano le attività citate in tutte le epoche storiche e
in tutte le zone nella nostra isola. Per ciò che concerne la pesca, l’autore indica l’evoluzione
che ha subito questa attività dalla preistoria fino all’epoca in cui scrive, gli anni ’70 del
secolo scorso. Per la preistoria si segnala il ritrovamento in una grotta non meglio precisata di
un amo vegetale costituito dalla spina di una pianta comunemente definita
Spina Cristi, utilizzata ancora nel XX secolo dai pescatori prima dell’avvento degli ami
in metallo. L’autore riferisce che la pesca nelle lagune dell’oristanese veniva effettuata con l’a
usilio di una imbarcazione di quattro-cinque metri di lunghezza, largo un metro circa che aveva le
sponde lievemente rialzate e formate da fasci di canna palustre. Chiama queste imbarcazioni
fascioni, notando le somiglianze tra questi e i
tanguà e le
ievelà del lago Zuai, nonché con le primitive barche realizzate con fasci di giunco usati
nel fiume Nilo. Sempre l’autore riferisce che queste imbarcazioni erano ancora in uso, al momento
in cui scriveva, nelle lagune di Cabras e Santa Giusta.